I 250km di Carolina Monaci nel deserto della Namibia

Intervista

Photo: Courtesy Carolina Monaci

La Sahara Race Namibia è una gara di 250km in autosufficienza suddivisa in 6 tappe: 4 da 40km, 1 da 80km e l’ultima da 10km.

La gara veniva fatta nel Sahara ma, per l’instabilità politica e la sicurezza, è stata spostata nel deserto della Namibia che è uno dei deserti più antichi al mondo con dune che raggiungono anche 300m di altezza.

Carolina, perché hai scelto di fare questa gara?

Dopo i 111km del Sahara nel 2014 ho sentito di voler fare un passo avanti e di voler vivere un’esperienza forte che mi potesse far crescere.

Nel 2014 non ho vissuto il deserto perché in 4 giorni ero già a casa; questa volta ho voluto starci dentro anche se sapevo che avrei sofferto e che sarebbe stato più faticoso.

Cambia tutto quando ti trovi in un ambiente così diverso dal tuo, sotto il caldo a 45 gradi. In una gara come questa bisogna sapere dosare le energie, bisogna essere pronti sia fisicamente che mentalmente.

Io l’ho fatta camminando perché sono una nordic walker.

Qual’era il tuo obiettivo?

Per me era importante arrivare alla fine della gara stando bene e ci sono riuscita.

Mi son sorpresa di me stessa perché nonostante il dolore e le sofferenze ero sempre allegra e positiva. Ho elaborato tutte le difficoltà e le ho buttate fuori facilmente. Ora conosco ancora meglio il mio corpo, la mia resistenza e la mia forza.

Come è andata la gara? Ce la racconti giorno per giorno?

Prima tappa - 40 km

La prima tappa è stata quella più divertente. Da camminatrice me la son presa con calma perché il mio obiettivo era arrivare in fondo. Certo, con un buon tempo e lavorando bene, ma soprattutto stando bene. Al ventesimo chilometro ho sentito di correre e mi sono divertita, anche se non mi piace farlo: non c’era sabbia profonda, era tutto un sali e scendi e mi son sentita come al parco giochi.

A 100 mt dall’arrivo ero prima e non lo sapevo, così ho smesso di correre perché volevo farli in nordic walking e la seconda mi ha superata. Lì ho capito che avrei potuto fare bene.

carolina monaci cammina nel deserto della namibia

Seconda e terza tappa - 40 km

Mi sono venute in mente le parole del mio allenatore che mi diceva di andar tranquilla la prima e la seconda tappa così, dopo aver corso, mi sono un po’ preoccupata perché per me è gesto inusuale. Sia nella seconda che nella terza tappa me la sono presa comoda e le ho fatte in nordic walking. Il mio sforzo era proporzionale al terreno: se era facile aumentavo il passo, se era difficoltoso rallentavo. Sono riuscita a gestire bene le mie energie senza sprecarle perché volevo fare bene la tappa da 80km.

Quarta tappa - 80 km

La tappa lunga è stata la prova del fuoco, per tutti. Il deserto ci ha fatto vedere la sua faccia brutale. Siamo entrati nell’inferno e i primi 40/45 km sono stati durissimi.

Siamo partiti alle 8 del mattino con 30-32 gradi ed era già caldissimo. C’erano pietre appuntite tutte lavorate dal vento. Il paesaggio cambiava di continuo, a volte era bianco, a volte verde o marrone, a volte nero. Eravamo dentro a una gola, era un forno e abbiamo sofferto. Ho visto gente stare male, molto male. Chi è uscito da quell’inferno è stato bravo. 15 atleti si sono ritirati, alcuni già dal ventesimo chilometro, tanti hanno dormito e aspettato che calasse il sole per ripartire.

Io ho fatto molta attenzione all’alimentazione e alla mia energia. Ho bevuto molto, ho ascoltato il mio corpo e ho mangiato quando me lo ha chiesto. Sono arrivata al quarantesimo chilometro che ero al limite, mentalmente stavo bene ma ero stanca. Mi sono riposata 10 minuti, ho mangiato del purè, con grana e olio d’oliva, lo stomaco si è sistemato e sono ripartita.

Il calore infernale stava diminuendo e ho sentito di potercela fare. In quel momento mi sono girata e con un gestaccio ho salutato l’inferno dal quale ero appena uscita.
Stavo passando dall’inferno al paradiso.

È arrivato il buio e ho fatto completamente sola gli ultimi 40 km. Non ho avuto paura, anzi, è stato il momento più bello. Mi sono rilassata, ho dialogato con me stessa e con il deserto. Mi sono goduta questa gara.

Sono arrivata verso le 9 di sera e per me in quel momento la gara ero finita. Avevo fatto una gran bella gara, ero stata bene ed ero felice. Un conto è fare una tappa del genere vomitando, uno conto è farla bene.

In una tappa così anche le runners camminano. Alla fine di questa lunga tappa sono arrivata seconda a 45 minuti dalla prima, che era una runner, e avevo un’ora e mezza di vantaggio sulla terza, anche lei una forte runner.

Riposo

Il quinto giorno mi sono riposata e abbiamo aspettato gli ultimi concorrenti della 80km che sono arrivati la mattina dopo. C’era gente che ha finito la tappa in condizioni estreme. Immagino la loro sofferenza: io ho camminato per 14 ore, loro per 24 ma stando male. Li ammiro e hanno tutto il mio rispetto. Questo ci dimostra che la mente va oltre, se uno vuole.

Quinta e sesta tappa - 40 e 10 km

La mattina della quinta tappa mi sono alzata con il tifo degli amici e degli organizzatori della gara che mi volevano seconda e mi hanno dato la grinta.

Le ultime due tappe sono state all’insegna della competitività. Tenevo sottocchio la terza e non le stavo mai a più di 200 mt di distanza, se lei correva, correvo anch’io. Ho tirato fuori la bestia che è in me.

Nell’ultima tappa da 10 km sono stata molto attenta e prudente. Volevo arrivare senza farmi male, stavo bene, avevo la testa ed ero spinta dalla competizione. Sentivo di potercela fare.

La terza è arrivata 15 minuti prima di me ma io avevo il vantaggio dei giorni precedenti.

Ho finito la gara in 37h26, tredicesima assoluta e seconda in classifica femminile, a solo 2h20 dalla prima che era una runner.

carolina monaci traguardo namibia race

Come è stato vivere il deserto?

L’organizzazione e l’assistenza in gara sono state ottime e mi sono sentita bene.

Io ero giù da sola. La notte dormivamo in tende da 8, la sera si stava tutti assieme col falò e si mangiava in compagnia. Io ero serena perché vengo dall’alpinismo e sapevo già cosa voleva dire adattarsi, dormire in tenda e mangiare quello che c’è. Vedi, niente si fa per niente, nella vita tutto serve.

I più bravi davano forza agli altri, facevamo il tifo a chi arrivava dopo di noi: sono bei gesti che fanno bene al cuore. Eravamo tutti nella stessa condizione e tutti abbiamo sofferto. In queste situazioni si creano dei rapporti speciali, c’era molta comprensione e grande solidarietà.

deserto namibia notte

Come ti sei preparata?

Mi sono appoggiata a Paolo Barghini che mi ha allenata anche per il Sahara, a Sergio Pederzolli per la nutrizione e a Vittorio Cantoni, ottimo fisioterapista e mental coach.

Mi sono allenata per 5 mesi. L’allenamento era di 2 ore al giorno, 6 giorni alla settimana: 5 a piedi e 1 di corsa. Non ho mai vissuto la mia preparazione come un dovere, era più un passatempo e un divertimento che una fatica. Io non sono capace di stare ferma e per me è indispensabile avere un obiettivo.

Sergio è stato fondamentale per la nutrizione e mi ha aiutata a stare bene sia nel quotidiano che in gara. Io sono mamma, lavoro e faccio sport e per fare tutto bene bisogna saper mangiare e integrare con quello che serve. Mi da forza e sicurezza avere consapevolezza del mio stato fisico. Durante la gara non ho mai patito la fame perché avevo le riserve addosso; ho mangiato liofilizzati con grana e olio, per sopravvivere. Era nel programma farmi stare bene solo con l’essenziale, così son partita anche più leggera.

Sono riuscita a partire con 8kg sulla schiena: 4-4,5 chili di materiale obbligatorio e il resto era il cibo per i 6 giorni di gara.

Arrivata in Namibia ho visto i loro datteri e della carne secca. Ho pensato che se loro si cibavano così nel deserto avrei dovuto farlo anch’io, così ho tolto delle barrette che ho portato dall’Italia e le ho sostituite con il loro cibo.

Il tuo prossimo obiettivo?

Io non mi sento una runner, io sono una nordic walker ma ho scoperto che mi piace correre nel deserto e potrebbe essere lo stimolo giusto per la prossima gara nell’Atacama, il deserto del Cile. È la stessa gara ma in montagna e si arriva fino a 3000m, si sale con i bastoncini e si corre di più.

I 250 km in Namibia mi hanno dato l’opportunità di accedere a una prestazione un po’ più alta ed è questa la mia più grande soddisfazione.

La vita e lo sport portano a una conoscenza sempre più profonda della mia persona. Sono sfide personali che mi danno forza, equilibrio e serenità.

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